il Volto dell’IO, Cinquanta ritratti della filosofia italiana

Ritorno al mio mestiere: fare ritratti. In questo mio ultimo libro ne vedrete cinquanta dei maggiori filosofi italiani. È un progetto nato una decina di anni fa sorretto dall’idea di accorciare le distanze tra una categoria sentita sempre un pò “lontana”o “strana” e il normale pubblico di lettori di cui faccio parte. A completamento dell’opera, gli stessi filosofi hanno scelto brevi frasi –citazioni, aforismi, riflessioni sparse -, che sentono come la sintesi del loro pensiero.

GIANNI VATTIMO
GIANNI VATTIMO

“Sembrano normali” è il titolo del mio testo introduttivo, potete leggerlo qui sotto, dove racconto nei particolari il perché e il percome di questo lavoro che è stato tra i più impegnativi sia sotto il profilo produttivo che interpretativo, ma che gode di importanti collaborazioni: il Professore Emerito di Filosofia Gianni Vattimo è l’autore dell’introduzione, Francesco Parisi docente di Fotografia e cultura visuale presso l’Università di Messina, ha scritto il testo di approfondimento, la scrittrice Alessandra Montrucchio ne ha eccezionalmente curato l’editing e Massimo Fiameni ha progettato l’impianto grafico. Presenterò il libro a Modena in occasione del Festival della Filosofia, sabato 19 settembre alle ore 12, presso il Papera Store by DOC Design, via Albinelli 23, a pochi passi da piazza Grande. Lo introdurranno i Professori Emeriti di Filosofia Remo Bodei e Nicla Vassallo. Il libro, di 128 pagine, f.to 21×28, potete acquistarlo al costo di € 20,00  scrivendomi: armando@armandorotoletti.com, e prossimamente su Amazon e in alcune librerie che segnalerò. Sono disponili anche le magliette, con stampa fronte/retro, come vedete nelle foto in fondo alla pagina.

«Mi sembrano normali»

Questa galleria di ritratti ai maggiori filosofi italiani l’ho pensata nel 2003. È nata per un verso da un’intuizione giornalistica (il crescente successo di pubblico registrato dal Festival della filosofia di Modena), per l’altro dal bisogno personalissimo di trovare un soggetto fotografico nuovo e originale, che comportasse anche una diversa sfida espressiva. Più che compilare una rassegna di personaggi famosi (per anni al centro della mia ritrattistica), mi attraeva l’idea di affrontare «i filosofi», cioè la categoria intellettuale per eccellenza, quella chiamata a dare una risposta sulle questioni fondamentali, o almeno a interrogarsi su di esse, cercando al contempo un modo giocoso per rappresentarli.

«Mi sembrano normali» è il commento di un’amica che guardava le foto per la prima volta, e le sue parole sono state per me la conferma che il mio intento, cioè quello – se volete anche un poco dissacratorio – di mostrare e rendere alcuni grandi intellettuali alla portata di tutti, era riuscito. Accorciare le distanze tra loro e il normale pubblico di lettori (qual è il sottoscritto) è sempre stata una mia piccola ossessione. La sfida tecnica invece consisteva nel dare omogeneità all’insieme; per riuscirci, la scelta è stata di usare lo stesso tipo di fondale, illuminazione e obiettivo per tutti grazie al cross over: un procedimento di laboratorio che, riducendo la gamma dei colori, focalizza l’attenzione sui «segni» del volto. Alla persona da ritrarre mi sono limitato a chiedere di mostrare e/o muovere le mani liberamente. I disparati fatti della vita hanno comportato che passassero dieci anni prima che si presentasse l’occasione per farne un libro.

Nel frattempo qualche nuovo filosofo è venuto alla ribalta e mi è sembrato doveroso inserirlo. Qualcun altro invece ci ha lasciati e non mi è sembrato un motivo per toglierlo. Voglio aggiungere che fra le soddisfazioni provate in questo lavoro c’è stata la grande disponibilità umana e l’adesione intellettuale al progetto delle persone che ho fotografato: tutte hanno acconsentito di buon grado non solo a mettersi in posa, ma anche a rilasciarmi nell’immediatezza del momento un pensiero, un aforisma, da affiancare al ritratto. La scelta dei nomi non ha seguito un criterio di merito ma si è via via arricchita grazie a suggerimenti, occasioni e stimoli di vario genere.

Infine, un grazie particolare alle donne-filosofo per la spontaneità, l’allegria e la voglia di mettersi in gioco che hanno dimostrato davanti all’obiettivo.

magliette_filosofi

 

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“Capa in Italia” (ma soprattutto in Sicilia)

Vista la mostra “Capa in Italia” a Milano. Lode a chi ha pensato di tirar fuori dagli archivi di Capa una cinquantina e più di foto inedite della sua “campagna d’Italia”.

Finora infatti conoscevamo solo quelle – una decina – che facevano parte della selezione canonica sempre uguale delle cento eterne che tutti abbiamo in mente, dalla Guerra di Spagna a quella d’Indocina. In questa mostra possiamo vedere quanta Sicilia ci sia nel Capa italiano, che ha seguito tutta l’avanzata delle truppe alleate dopo lo sbarco nell’isola del luglio ‘43 .

Quindi da fotografo ammiratore di Capa e da siciliano voglio andare oltre, e qui mi rivolgerei direttamente all’assessore alla cultura della Regione Sicilia: perché non fare – dopo la grande mostra di Phil Stern nel 2013 ad Acireale, sempre sullo sbarco in Sicilia – una mostra speciale “Capa in Sicilia” pescando dai suoi negativi siciliani altre foto inedite, scatti apparentemente marginali che però nell’insieme possono costruire un affresco di grande interesse culturale storico antropologico ? Capa era un fotografo sempre attratto molto più dalla condizione umana che dalla guerra d’azione. E le foto “siciliane” sono lì a dimostrarlo. Basta pensare a quella famosa del vecchio che indica la direzione al soldato aiutandosi con un lungo bastone.

Robert-Capa

Simbolicamente gli indica la strada per Roma e poi Berlino, perché sono i primi passi, i primi momenti degli Alleati sul suolo europeo. Ma, con i tedeschi che pensano soprattutto a ritirarsi dall’isola, i soldati americani hanno anche più tempo per rendersi conto dell’ambiente e della gente intorno.

E per Capa era la condizione ideale per fare le sue foto non-di-guerra. Una grande mostra “Capa in Sicilia” avrebbe quindi un doppio valore simbolico e costituirebbe una grande attrazione culturale non solo per la Sicilia.
Chissà mai se qualcuno per questo 70° della fine della Guerra vorrà provare a farla.

Armando Rotoletti

[grazie all’amico Gino Ferri cui devo alcune di queste osservazioni]

Robert Capa in Italia 1943 – 1944 fino al 26 aprile allo Spazio Oberdan a Milano, viale Vittorio Veneto 2

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Le storie che non voglio smettere di raccontare

Quella mattina del 14 gennaio 2008 mi sono accorto che ci sono storie che non bisognerebbe mai smettere di raccontare. Questa foto riesce ad essere ponte tra passato, presente e futuro della storia italiana, ci racconta di un uomo che ancora crede nella legalità e va ad insegnarla ai giovani. Ho molta fiducia nei giovani e giovanissimi; vedo che, come per magia, si fanno portatori di onestà, rispetto delle regole, costruzione del futuro, valori che la mia generazione e quella precedente alla mia hanno ignorato. Anche per quest’anno il mio impegno sarà raccontare storie di donne e uomini

Contadino /viticoltore di Castiglione di Sicilia  © ph. Armando Rotoletti
Contadino /viticoltore di Castiglione di Sicilia © ph. Armando Rotoletti

che danno testimonianza fattiva e dei territori, loro stessi rivelatori dell’impegno della gente che vede nel lavoro e nella cura della terra e dei paesaggi una missione fondante della vita.

Buon Anno!

Armando

ps La roccia lavica come la costituzione: basi per trarne beni preziosi come del buon vino e della buona vita sociale da parte di chi sa lavorarle… Il contadino come il magistrato.

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Diventare ricchi zappando la terra

Il lavoro del mio prossimo libro sull’Etna, in uscita in marzo, mi è costato tanto tempo, fatica e danaro, ma come tutte le cose dal carattere forte, mi ha portato anche doni preziosi. Preziosi come l’amicizia di due persone speciali, contadini e viticoltori, dai quali mi sono fatto raccontare una giornata “normale”. La ricchezza di cui parliamo è, chiaramente, spirituale. Se frugate nelle tasche di Federica e Cesare, le troverete, perennemente, vuote, ma se passate a trovarli, avranno sempre qualcosa da offrirvi.

Federica e Cesare, sullo sfondo il loro palmento © ph. Armando Rotoletti
Federica e Cesare, sullo sfondo il loro palmento © ph. Armando Rotoletti

La prima parte comincia il giorno prima con la preparazione degli attrezzi che ti servono, da domani ci serviranno attrezzi da taglio, quindi forbici, roncola, tronca rami, motosega, ascia. Le lame devono essere ben molate e caricate sul carrellino la sera prima. La sveglia è puntata alle 5:00 in modo da avere il tempo di fare almeno due caffettiere di caffè, parlare un po’, intossicarci con un po’ di tabacco, espletare i nostri doveri in bagno in attesa del sorgere del sole. A questo punto usciamo circondati dai cani che ci fanno festa nel rivederci. Tutto è bagnato dalla brina notturna, ma noi siamo usciti da casa attrezzati di stivali, maglioni, cappucci di lana e impermeabili. L’ impatto è duro. Le mani sono gelate, e pure i piedi, e bisogna far partire il carrellino ( messa in moto manuale ) che col freddo non ne vuol sentire. Arriviamo sul posto, riconsideriamo il lavoro da fare prima ancora di scendere gli attrezzi dal carrellino. In questa fase devi ottimizzare il tempo e le tue forze ed organizzare il lavoro che devi iniziare. Qui ci vuole occhio.

Cesare e Federica tornano dai campi in groppa al loro mitico "carrello" © ph. Armando Rotoletti
Cesare e Federica tornano dai campi in groppa al loro mitico “carrello” © ph. Armando Rotoletti

Dobbiamo potare alcuni alberi di olivo e tagliare dei castagni che ci serviranno per fare i paletti del vigneto. Individuato un luogo idoneo, accendiamo un fuoco per bruciare la ramaglia. Mentre lavoriamo la temperatura si alza, l’ erba si asciuga e noi cominciamo a toglierci i primi indumenti, è arrivato anche il momento di mangiare una bella arancia siciliana. Se il giorno prima , assieme agli attrezzi sei riuscito a prepararti anche il pranzo del giorno dopo puoi lavorare fino alle dodici, altrimenti devi staccare un po’ prima per andare a preparare un buon pasto. Nel periodo invernale hai poca luce quindi il pomeriggio completi il lavoro che hai cominciato e ti prepari gli attrezzi per il giorno dopo.

E come dici tu, dopo un giorno zappando la terra siamo diventati più ” ricchi “.

Federica e Cesare

Auguri di Buon Anno e di Buona Ricchezza a tutti!

Armando

ps Federica e Cesare producono vino ed olio di qualità: info@masseriadelpino.it – 349 7137772

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I Dieci Comandamenti di Armando

Qualcuno ha avuto fortuna di recente con lo slogan Cambiare verso.
Bello, sì ma io vorrei sentire qualcosa di meno vago.
Per me c’è bisogno di cambiare modo di stare al mondo.
Voglio metterla giù pesante :

1)  Gratis: non esiste. Abituiamoci a pagare il giusto.
2)  Fare sistema
3)  Coordinarsi
4)  Non fregarsi a vicenda
5)  Amare i territori, i vecchi e i bambini
6)  Non abusare della propria condizione di privilegio
7)  Ognuno si tenga la propria religione
8)  Onora chi ti vuole bene
9)  Sogna di diventare grande. Non famoso
10) Non sperare. Fai

Buon Natale, un abbraccio a tutti !!!

Armando

 

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DUBAI, IL PAESE IN BIANCO E NERO

La prima cosa che colpisce già in aeroporto, se sbarcate in uno qualsiasi degli Emirati o in Qatar, è l’abbigliamento: così diverso dal nostro, eppure così elegante e aristocratico. Vedrete una moltitudine di uomini che indossano abiti come lunghe camicie da notte eppure sono serissimi e indaffarati, e altrettante donne addette alle operazioni di controllo, vestite con un lungo tonaca nera come le nostre suore, ma stranamente avvenenti e molto truccate. Il colpo d’occhio è sconcertante, ve lo assicuro, soprattutto perché la non conoscenza crea uno stato di confusione mentale che strania. Subito ci facciamo mille domande e non abbiamo neanche una risposta: allora le donne lavorano? Si possono truccare? Il marito le lascia libere di avere rapporti con altri uomini, anche se di lavoro? Saranno felici, frustrate, madri? Come sono vestite sotto questo abito nero? Quanto contano nella società? Se gli emiratini sono così ricchi, perché lavorano? Dato che ormai ho la risposta a molte di queste domande, le posso condividere con voi.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Gli emiratini, cioè gli abitanti indigeni degli Emirati, rappresentano una piccola percentuale della popolazione totale, che a Dubai si attesta attorno al 10%. Tutti gli altri sono immigrati che arrivano in massima parte dall’Asia e soprattutto dall’India, oltre agli africani del Magreb, e agli americani. Gli europei sono pochi e gli italiani pochissimi. Ne risulta un’umanità varia ed eterogenea, ricca di tradizioni, culture, religioni, usi e costumi tra i più disparati, tutti assolutamente rispettati. E’ quindi un esiguo 10% di persone che decide, gestisce, controlla, amministra circa 2 milioni di lavoratori. Lo fa in modo lucido e rigoroso, non lasciando niente al caso, eppure con un codice giuridico di poche pagine. Stiamo parlando di un mondo nuovo, dove solo pochi decenni fa si viveva nomadi nel deserto ad allevare cammelli e capre, oppure sulla costa a commerciare perle. La nuova e sbalorditiva ricchezza, quella del petrolio, è stata accolta da uno sceicco lungimirante che ha deciso di investire buona parte delle ricchezze in istruzione, stabilendo che lo sviluppo di un popolo passa attraverso la formazione culturale delle donne. Lo so, siete tentati di non credermi, ma vi assicuro che le donne occupano posizioni di prestigio molto più che in occidente, senza bisogno delle quote rosa.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Va detto che le madri si possono permettere tutte le baby-sitter che servono, l’orario di lavoro degli emiratini (uomini e donne) è leggero, perchè dispongono di un bacino immenso di collaboratori a cui possono delegare ogni tipo di incombenza. La loro ricchezza è variabile, e dipende dalla terra posseduta dalla famiglia, se il sottosuolo custodiva petrolio (adesso è comunque finito), o se è stata venduta per il nuovo prorompente sviluppo edilizio. In ogni caso tutti ricevono un piccolo vitalizio alla nascita e possono prendere la vita con calma. Si sono affacciati alla modernità da pochissimo tempo, e quindi sono ancora molto legati alle tradizioni familiari e sociali. La famiglia è l’istituzione più importante e comprende, oltre al nucleo essenziale, nonni, zii, cugini e anche parenti più lontani. I legami sono forti e viene tributato grande rispetto ai più anziani. Nonostante vengano tenute in gran conto le opinioni dei genitori, gli sposi si scelgono liberamente e si fidanzano e sposano giovanissimi anche perché il sesso prematrimoniale non è contemplato, né per gli uomini né per le donne.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Gli amori extra-coniugali sono ritenuti stupidi e non funzionali né alla serenità della coppia né all’educazione della prole, quindi saggiamente evitati. Del resto, osservando le famigliole di emiratini passeggiare nei parchi o nei centri commerciali, non mi è mai venuto da pensare che uno dei due coniugi fosse oppresso dall’altro: di solito procedono affiancati, lui spinge un passeggino con il figlio più piccolo e gli altri sono per mano alla mamma; lui rigorosamente tutto bianco, lei rigorosamente tutta nera. L’abito maschile è una lunga tunica che sembra inamidata (la Kandoura) e in alto si apre come una camicia con il collo alla coreana, sempre completamente abbottonato. Il capo è coperto dalla kefiah, un foulard che può essere bianco o a scacchi rossi o grigi, trattenuto da un doppio cordone che incorona il capo, l’igal. Al tempo del nomadismo l’igal serviva a imbrigliare le zampe anteriori dei cammelli, non essendoci nel deserto strutture a cui legarli. I piedi nudi sono calzati in ciabatte di cuoio praticamente di un modello unico, diversi solo nel colore (bianchi, neri o marroni). Gli abiti maschili sono candidi fino alla sera, tanto che pensavamo fossero fatti con un materiale refrattario alle macchie, finchè non abbiamo scoperto che gli uomini se li cambiano diverse volte al giorno. Le donne sono nere e velate, e questo, lo so, crea indignazione tra gli occidentali. Personalmente, da quando ho smesso di pensare che noi siamo perfetti e i popoli che non si sono convertiti ai nostri usi sono ancora molto indietro nella loro evoluzione, mi sono messa a guardare agli altri con una sincera curiosità, e ho trovato molte cose che mi piacerebbe copiare. Per esempio l’abaja, questa morbida tunica nera lunga fino ai piedi, costruita con una stoffa che cade dritta senza fermarsi sulle forme e non segna fianchi, non stringe seni, non evidenzia sederoni, non sottolinea la cellulite sulle cosce, non sbandiera ventri prominenti, me la comprerei tanto volentieri e tutte le volte ci faccio un pensiero. Poi penso che qui in Italia sembrerei un pesce fuor d’acqua e rimando, ma il giorno che dovessi vivere a Dubai sarà il mio primo acquisto.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Le emiratine la portano sopra tacchi altissimi e sembrano fluttuare senza toccare terra, diresti che sono tutte alte e snelle, aiutate anche da una consistente massa di capelli che accrocchiano alti sul capo dove appoggiano un lungo foulard nero, prima di farlo volteggiare superbamente attorno al collo. Lo sguardo è fiero, gli occhi neri, grandi, con ciglia lunghissime, truccati di kajal e ombretto blu, la bocca discretamente segnata, un colorito naturale da farci invidia, unghie lunghe e appena laccate. Se ne vedono molte vestite come noi, spesso lo fanno, oppure si coprono anche il viso con una specie di fazzoletto nero, il niqab, che legano stretto dietro la nuca. La stessa ragazza può scegliere di adottare diverse versioni di abbigliamento (abaja, niqab, abito occidentale), a seconda del momento. La copertura totale va molto di moda, ha a che fare con un gioco sottile e malizioso che loro praticano con una maestria al cui confronto noi siamo bambocci pasticcioni. Del resto i negozi di lingerie sono pieni di indumenti estremi, che noi vediamo solo nei sexy shop in una versione volgarotta. Sotto l’abaja come sono? Questi sono fatti loro, nel senso che possono essere nude, griffate o in pigiama. E questa, signore, mi sembra una impagabile libertà.

Maria Teresa Bucco

www.cascinapapamora.it

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Il paradiso? Esiste, si chiama Dubai.

Sono Maria Teresa, la compagna campagnola di Armando. Questa settimana usurpo il suo blog per raccontarvi di un Paese che mi sta a cuore. Sono andata negli Emirati per la prima volta nel 2006. L’occasione era istituzionale: ho dovuto cucinare all’Emirates Palace, l’imponente hotel 7 stelle costruito dall’emiro di Abu Dhabi con la triplice funzione di residenza personale, luogo di rappresentanza per la politica internazionale e hotel aperto a chi se lo poteva permettere. Qualche giorno dopo mi aspettava lo stesso lavoro al Jumeira Hilton di Dubai. In una settimana così piena non mi restava molto tempo per fare la turista. Per di più Dubai era una immenso cantiere in attività giorno e notte, le luci non si spegnevano mai sul lavoro degli operai, e il numero delle gru superava all’epoca quelle operative in tutti gli Stati Uniti. Eppure la città ha esercitato su di me un fascino irresistibile, e dopo quasi 10 anni sento ancora il suo canto di sirena.

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

Perché? mi chiedono quasi tutti. Come fa a piacerti una città finta, senza storia, senza verde, dove regna una dittatura, dove le donne sono velate, dove sono tutti musulmani, dove l’estate è più che torrida. Quasi tutti quelli che non ci sono mai stati hanno un solido motivo per screditare tutto il pacchetto e chiudere la questione in quattro parole: A ME NON INTERESSA. Al contrario, tutti quelli che si sono lasciati condurre alla scoperta, hanno sgranato gli occhi e la mente con la dovuta cautela prima, e con pieno abbandono subito dopo. Bastano pochi giorni per far crollare tutti i pregiudizi e innamorarsi; poi si cerca il modo di tornare, e si controlla il prezzo dei voli tutte le settimane. Abituati come siamo a fare i conti con la nostra decadenza, con il vecchiume che non abbiamo i soldi per riparare, con la sporcizia che nessuno pulisce, la burocrazia che si contorce su se stessa e ci avvilisce continuamente, il sistema politico che non riesce a risolvere nulla ma che assorbe ogni energia solo per continuare a esistere, sbarcare in una città piena di luce dove tutto funziona a meraviglia quasi tramortisce di stupore. A Dubai sono tante le cose che colpiscono. Poi ci si abitua alle Ferrari e alle Bugatti parcheggiate in ogni dove, ai ristoranti di lusso che costano come le pizzerie italiane, allo scintillio del nuovo (niente ha più di 50 anni), alle autostrade a otto corsie per senso di marcia che corrono nel deserto, alle donne completamente velate che vanno a braccetto con quelle in minigonna, alla velocità degli ascensori che salgono al settantesimo piano in un baleno, ai luoghi dove gli uomini non sono ammessi (le donne possono andare ovunque), al prezzo irrisorio della benzina.

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

Ma c’è una cosa che mi stupisce ancora: a qualunque richiesta, la risposta è “no problem”, e subito arriva anche una soluzione. Tutti sembrano felici e disponibili: il valletto che ci accoglieva nel parcheggio dell’albergo e correndo allegramente davanti alla nostra auto come un uccellino ci accompagnava al posto auto più vicino, era orgoglioso di rendere un servizio. E’ una cosa a cui non siamo più abituati, quasi ci sentivamo in colpa; abbiamo faticato a capire che lui faceva semplicemente il suo lavoro, e lo faceva con gioia, per umile che a noi potesse sembrare. A Dubai non esiste lo sfaccendato, il senzatetto, il disoccupato. In altre parole non esiste il povero. A Dubai non esiste il fisco. Le aziende pagano al governo una quota annuale che è quasi uguale per tutti, e più che altro dipende dalla location. A Dubai non esiste il servizio sanitario nazionale. Le aziende hanno l’obbligo di occuparsi in prima persona della salute dei propri dipendenti, oltre a fornire loro alloggio, trasporti, scuola per i figli. Sarebbe un modello da copiare, ma il nostro vecchio Occidente è troppo pieno di sé per guardare con ammirazione ad altri popoli, e meno che mai se sono arabi. “E’ facile quando ci sono i soldi”, sento dire spesso, ma non è così. Un sacco di esempi raccontano di paesi ricchissimi di materie prime, dove la popolazione versa in condizioni disperate e una esigua élite vive in un lusso difficile da immaginare. Non è certo il caso degli Emirati, dove un’economia operosa e fiorente spalma benessere su tutti i ceti sociali, e nonostante ciò il costo del lavoro è tale per cui sono in quattro a svolgere un lavoro che qui faremmo fare a una persona sola, con l’evidente conseguenza che nessuno si agita, nessuno ha fretta, nessuno è imbronciato e lo stress deve essere ancora inventato.

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

Le donne velate? Ve le racconto la prossima volta, se vi va.
Maria Teresa Bucco www.cascinapapamora.it

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

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“La vita di una foto”

La foto di Samantha Cristoforetti che vedete qui, l’ho realizzata nel gennaio 2011, in occasione di un numero speciale di Sette del Corriere della Sera dedicato a “Un giorno nella vita dell’Italia”. L’idea, la voglia, di fotografarla mi era nata già tre mesi prima dopo aver appreso che aveva molte chance di diventare la prima astronauta donna italiana dopo 6 uomini. Aspettavo solo una occasione buona. Approvata da Sette l’idea, ho impiegato due mesi per prendere i contatti e una settimana per gli accordi e per ottenere le autorizzazioni per la location, in questo caso il Planetario di Milano. Una giornata, con l’aiuto di un assistente, l’ho impiegata per fare le foto e altre quattro ore sono servite al fotoritoccatore per completare l’opera. Dopo l’uscita su Sette è stata pubblicata ancora una volta da Io Donna, il femminile del Corriere. Punto. Oggi però la ritrovo su tanti siti e giornali on-line che l’hanno scaricata dalla mia home page senza pagare un solo euro di diritti (non voglio pensare a quanti cartacei avranno fatto la stessa cosa). Ormai questa modalità modernissima di prendere il frutto del lavoro altrui “a gratis” senza farsi scrupoli, sembra sia la cosa più naturale di questo mondo. Certo, io il mio guadagno l’ho già avuto dalle due pubblicazioni citate. Fate voi i conti: a fronte di 500 € di spese , 400 € di incasso in tutto (sapete, anche i giornali hanno budget ridotti per le foto…)
C’è una morale?
Anche qui fate voi .
Io voglio solo fare tantissimi auguri di cuore a Samantha per una felice riuscita della sua missione.

Samantha Cristoforetti, Astronaut © Armando Rotoletti
Samantha Cristoforetti, Astronaut © Armando Rotoletti

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Rapporto tra fotografia, territorio e paesaggio

“Caro Rotoletti, grazie per l’apprezzamento di Scicli, bel lavoro. Purtroppo, come avrai notato, la nostra gioia è fortemente incrinata dalle centinaia di discariche storiche abusive che circondano il nostro paese. Una ignominia che non si assoggetta a nessuna enfasi opposta, la tua.” G. M.

Questa disincantata osservazione di uno sciclitano a proposito del mio libro “Scicli città felice” mi fornisce lo spunto per ripensare al rapporto tra fotografia, territorio e paesaggio.

Gli architetti inglesi usano una felice espressione per descrivere un progetto architettonico o paesaggistico che abbia lo scopo di tutelare il territorio: “Project to protect”. Credo che lo stesso concetto si possa applicare ad una bella fotografia o a un libro fotografico; un buon progetto architettonico e un’ immagine forte hanno entrambi la funzione di educare le persone a vedere la bellezza, e di conseguenza a proteggerla o ricercarla, dando forza alle potenzialità già presenti sul territorio. Lentamente, saranno gli stessi abitanti a diventare i guardiani dei loro paesaggi.

Palazzo Busacca © Armando Rotoletti 2013
Palazzo Busacca © Armando Rotoletti 2013

In un paese come il nostro, dove gli innumerevoli beni artistici, architettonici e paesaggistici sono, per i motivi che sappiamo, poco valorizzati e spesso abbandonati a sé stessi, mi sembra evidente che la documentazione fotografica si rende sempre più necessaria. Del resto, l’immagine è la prima forma di cultura e di conoscenza.

Infine, vorrei ricordare all’amico che mi ha consegnato il suo messaggio sconsolato le parole del grande antropologo Ernesto De Martino: “Coloro che non hanno radici, e sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”.

Scicli © Armando Rotoletti 2013
Scicli © Armando Rotoletti 2013

Il mio villaggio di origine aveva queste caratteristiche: architetture essenziali realizzate con i materiali esistenti sul territorio, ed era abitato da gente di un’umanità infinita.

Insomma, cerco di fare libri che siano una metafora del mondo che vorrei: gentile, amoroso e rispettoso del prossimo.

Armando a Scicli fotografato dall'amico Bartolo Bonvento
Armando a Scicli fotografato dall’amico Bartolo Bonvento

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“Sono tempi difficili”

“Sono tempi difficili”, è la frase che ho sentito con più frequenza ultimamente, a volte la dico anch’io. Se però cerco di ricordare i tempi che ho attraversato durante la mia esistenza di over cinquantenne, trovo più o meno le stesse difficoltà, a volte anche maggiori se pensiamo che a parità di problemi non avevamo affatto gli stessi strumenti per superarli, e mi riferisco al numero esorbitante di “link” a cui possiamo accedere ora, e che mancavano completamente fino a 10, 15 anni fa. Ho fatto la fame fino a quando non mi sono affermato come fotografo su scala nazionale, e questo lo devo alla mia tenacia, e non alle condizioni economiche meno avverse degli anni ’80. Molti dei miei amici si sono adattati a lavori umili fino a quando con pazienza non è arrivata l’occasione che ha loro permesso di disegnare un futuro consono alla loro formazione. Probabilmente gli stessi passaggi sarebbero stati più veloci se avessero avuto l’ausilio di Linkedin o di altri portali specializzati nell’accoppiare il lavoro con il lavoratore. Anche allora si faceva una gran gavetta ma era tutta giocata nei confini ristretti della provincia. Ora i giovani hanno il mondo a portata di click, e non c’è limite geografico che impedisca agli indiani di lavorare come softweristi per le aziende americane, o ai nostri neolaureati di fare esperienza in Australia per poi scegliere di portare il loro know-how in Cina o in Giappone o di tornare a casa. Non voglio dire che viviamo in un mondo facile, e neanche lo credo, ma le frasi che cominciano con “ai miei tempi … “ non mi hanno mai convinto, se rimandano a un peggioramento tout-court della condizione umana. La strada dell’uomo verso la felicità è lunga e complessa, da sempre conosce battute d’arresto e poi riscatti repentini ma una cosa è certa: la curva è comunque in salita, il progresso tecnologico, scientifico, politico, socioculturale è in continua evoluzione anche se queste voci non viaggiano sempre di pari passo. Sono convinto che l’universo di conoscenza che arriva dal web, e che molto spesso è segno di generosità e voglia di condividere senza secondi fini, sia un dato assolutamente positivo. A questo punto siamo a un passo dal trasformare le relazioni meramente economiche che hanno caratterizzato il nostro millennio in rapporti di scambio che non abbiano necessariamente bisogno del denaro per funzionare. Quando sento parlare di baratto aguzzo immediatamente le orecchie: mi affascina la possibilità di scambiarsi direttamente i beni più disparati (dagli oggetti alle competenze), senza ricorrere a intermediari o banche o denaro. Mi si profila il miraggio di un mondo senza vinti né vincitori, dove il valore di uno scambio comprenda anche l’amicizia che si potenzia, la relazione umana che si crea, la possibilità di cedere una cosa in cambio di un’altra che in quel momento serve di più anche se sul mercato varrebbe di meno.

Maria Teresa Bucco © Armando Rotoletti 2009
Maria Teresa Bucco © Armando Rotoletti 2009

Già ci sono esempi confortanti: grazie a un sito web, la mia compagna, Maria Teresa, proprietaria di agriturismo ha conosciuto un elettricista in pensione con il quale ha stipulato un patto che sembra funzionare alla perfezione da più di un anno: tutte le volte che sorge la necessità di una riparazione l’elettricista interviene gratuitamente; in cambio lui gode di vitto e alloggio tutte le volte che si presenta, anche se non ci sono interventi da eseguire. Naturalmente l’amicizia che si è creata tra le famiglie è il premio più alto di tutta l’operazione, e porta a benefici che sorprendentemente si presentano quando si generano connessioni tra gli umani.

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L’ultimo esempio viene dall’Etna, e riguarda una coppia di viticultori che credo di poter chiamare amici. Ecco la testimonianza che mi hanno lasciato: “Da qualche anno assieme a mia moglie aspettavamo di avere i soldi necessari per rifare il tetto della nostra cantina che ci avrebbe poi permesso di vinificare le nostre uve evitando di conferirle presso altre cantine a costi altissimi. Il tempo passava ma non riuscivamo ad avere la somma per i lavori di ripristino del tetto, quando un giorno mi chiama il mio amico Pino per dirmi: Ho pensato una cosa riguardo il tetto della tua cantina: io metto la mia uva, tu fai il vino, mio cognato che è costruttore ti fa il tetto in modo che lui prende la metà del vino, tu ci guadagni il tetto e io ci guadagno l’ altra metà del vino, in questo modo nessuno di noi tre spende un euro e tutti e tre ci abbiamo guadagnato qualcosa “ Oltre il tetto ed il vino abbiamo ricostruito qualcosa che era stata persa tra la gente, la vera ricchezza.”

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La bruttezza non ci salverà

Sabato mattina 25 ottobre, lo ricorderò come uno dei giorni più grigi della mia vita, a cominciare dal colore del cielo, dei prati, della spianata brulla che circonda il carcere di Alba, nella mattina in cui ho presentato il mio libro “VALELAPENA”. A pensarci adesso, mi sembrano stonate le battute scherzose, le risate, la leggerezza che tutti (operatori, giornalisti, fotografi, addetti al lavori), cercavamo di mettere in scena a dispetto del rumore di vuoto che riempiva tutti i nostri sensi. Devo ammettere che l’esperienza è stata unica: eravamo dentro il carcere, con i detenuti alle spalle. Il posto è brutto, freddo, monocolore (grigio). Nessuna concessione alla bellezza, in nessuna forma. Pur di non rinunciare allo squallore, sono inospitali anche i locali del personale, i loro bagni, la mensa. Dal cortile si intravedono le finestre con la doppia rete come robuste gabbie di polli. Dentro le celle, appoggiati sui davanzali, i fornelli i da campeggio sono l’unica nota colorata che mi ricordo di aver visto. Si, perché il refettorio è ad uso esclusivo del personale. I reclusi ricevono una razione base di latte, pane e pasta, che si cucinano in cella insieme a quello che arriva dai familiari, se arriva. Tra membri della direzione, ausiliari e secondini, il personale ammonta a circa 150 elementi che controllano circa 150 detenuti. E’ come se ogni recluso avesse un guardiano personale che lo fissa da quando arriva a quando parte, dopo un periodo variabile in mesi e anni, e subito il suo posto fosse occupato da un altro prigioniero. Solo 15 detenuti, per motivi di buona condotta, o di pena minore, sono ammessi al progetto della vigna del mio libro. In coda ai discorsi del vice-ministro, del responsabile della sicurezza, degli assistenti sociali, il microfono è stato offerto a uno dei detenuti. Tutti ci siamo commossi mentre con voce un po’ affannata ci raccontava come toccare la terra, crescere delle piante e raccoglierne i frutti sia un fatto che insegna la responsabilità sociale molto più che un mestiere in sé. Ma nei suoi occhi ho letto questa domanda: “Perché qui dentro tutto deve essere così brutto?”. Me lo chiedo anch’io. valelapenablog)E mi chiedo anche: qual è la finalità ultima dell’istituzione carceraria? Punire e scoraggiare i delitti o redimere? Per quel poco che ho visto mi pare che né uno né l’altro di questi obiettivi sia raggiunto. Ben pochi di noi hanno una minima idea di cosa ci aspetterebbe se meritassimo il carcere per qualche motivo, quindi non penso che funzioni in qualche modo da detrattore. L’azione di redenzione è ancora più vaga: come possiamo aspettarci che una persona che ha dimostrato di non amare i suoi simili tanto da danneggiarli, magari ripetutamente, si riscatti, decida di diventare migliore e maturi un atteggiamento positivo verso la società, se lo chiudiamo in un posto orrendo dove vivrà di solitudine e isolamento. Non ci sono colori nel carcere che ho visto: è una condizione prescritta e necessaria? “La bellezza salverà il mondo”, faceva dire Dostoevskij al principe Miskin. Mi piacerebbe pensare che sia vero, intanto una cosa è certa: la bruttezza non ci salverà.

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Questo sabato torno in carcere. Di mia volontà

C’è un posto dove tutti dovremmo andare almeno una volta nella vita. Per una volta dovremmo sgusciare fuori dal tempo e dallo spazio, lasciare le nostre linde casette, le nostre certezze, il nostro megaschermo uso stadio, la nostra connessione internet, la nostra comoda automobile, il pranzo della domenica, la pizza del sabato, la litigata con la suocera, il centro commerciale, il superenalotto scaramantico, ed entrare in un carcere. Uno di quelli normali, di provincia, dove i reclusi hanno commesso reati minori, e non sono ricchi abbastanza per pagarsi un avvocato decente.

A me è capitato per caso, quando la Syngenta mi ha affidato l’incarico di raccontare per immagini un loro progetto di recupero all’interno del carcere di Alba. Da questo lavoro è nato un libro (che presenterò sabato alle 11.30 dentro il carcere di Alba, ingresso libero) che porta nel titolo, VALELAPENA, il nome del vino prodotto con l’uva della vigna piantata tra i due muri perimetrali del carcere, e coltivata e raccolta dai reclusi che hanno aderito al progetto. Ho passato un solo giorno nella casa circondariale di Alba, ma alcune domande me le sono fatte. In più di 2000 anni della sua storia, l’umanità si è evoluta enormemente nel campo della scienza, della medicina, della tecnologia. Abbiamo cambiato il modo di spostarci e possiamo coprire distanze incommensurabili volando come uccelli, comodamente seduti su un aereo mentre ascoltiamo musica o guardiamo un film. Abbiamo rivoluzionato il nostro modo di comunicare e possiamo parlarci e intanto guardarci negli occhi, indipendentemente da quanto siamo lontani.

CARCERE DI ALBA (CN) DETENUTI AL LAVORO NELLE VIGNA
CARCERE DI ALBA (CN) DETENUTI AL LAVORO NELLE VIGNA

Abbiamo imparato a curare malattie che solo fino a 50 anni fa non davano scampo, portando la vita media dell’uomo da 60 a 75 anni nel giro di pochi decenni. Come mai il sistema carcerario nella sostanza non è cambiato per niente? Oggi come millenni fa gli uomini che commettono errori contro la società vengono rinchiusi per un tempo variabile in luoghi scomodi e volutamente disumani, salvo poi farli uscire alla scadenza del periodo di reclusione, in uno stato di disorientamento ancora maggiore, e con ancora meno carte da giocare. Si potrebbe pensare che la forza di questo sistema sia il suo basso impatto economico, ma non è così.

E su questo punto potrò essere molto più chiaro nel mio prossimo blog, dopo la mia seconda giornata di carcere.

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C’era una volta…

Sul Corriere della Sera di oggi, Massimo Sideri, inviato dell’economia, nella sua rubrica, Il lavoro che cambia, racconta della mia esperienza di “crowdworking”.

Io aggiungo soltanto una breve considerazione.

C’era una volta il finanziamento della Regione, l’aiuto della Provincia, il patrocinio dell’Istituto di Credito Locale. C’era, e adesso non c’è più. Se ci si innamora di un paesaggio, come succede spesso a me (vedi Langhe, Scicli, vigneti Etnei), e lo si vuole promuovere con  immagini forti, poetiche, evocative, è inutile bussare alle porte delle Istituzioni. In tempi nuovi bisogna trovare modi nuovi. Ho pensato che gli operatori del territorio che di volta in volta voglio raccontare siano i più motivati a promuovere il mio lavoro. E’ nata così una serie di esperienze umane e professionali che mi hanno ripagato di tutti i gli sforzi compiuti per realizzare i miei libri. Ho scoperto che i finanziatori locali aggiungono  un valore speciale che sa di rete, di condivisione, che li porta spesso a conoscersi e a collaborare tra di loro come non avevano mai fatto prima. Ho notato che sono i primi a prendere coscienza della bellezza che li circonda e rimarranno uniti non solo sulla carta ma anche nella vita.

 

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La mia prima volta alla Frankfurter Buchmesse

Se avete in mente di organizzare una vacanza tra le romantiche città tedesche, cancellate Francoforte dalla vostra lista: la visita non vale il viaggio. Se invece volete mettere il naso nella più importante fiera del libro d’Europa, allora non potete evitare la Frankfurter Buchmesse.

A questo punto avete due alternative: 1) farvi accreditare da una casa editrice, o utilizzare il vostro tesserino di giornalista, sempre che il giornale per cui lavorate vi sponsorizzi. Inviare la vostra richiesta di partecipazione all’ufficio accettazione della fiera e attendere con pazienza che vi venga inviato il modulo per pagare l’ingresso alla fiera. In questo caso potrete entrare nei giorni vietati al pubblico, e contattare editori, pubblicisti, tipografi, insomma tutti coloro che nel mondo hanno interessi legati al mondo della carta stampata, e che hanno acquistato uno stand in fiera (circa 7000 espositori provenienti da 100 paesi), ma non potrete acquistare nulla, neanche un quadernino. Non dimenticate di prendere appuntamenti di un quarto d’ora l’uno con le persone che volete incontrare, e fatelo tre mesi prima dell’evento, perché non è cosa facile gestire 300.000 visitatori.

FRANCOFORTE - BUCHEMESSE 2014 © ARMANDO ROTOLETTI
FRANCOFORTE – BUCHEMESSE 2014 © ARMANDO ROTOLETTI

2) Unirvi alla folla del week-end, gli unici due giorni in cui la fiera è aperta al pubblico, con possibilità di fare acquisti. Il rischio è quello di non raggiungere l’oggetto dei vostri desideri, se non sgomitando tra la moltitudine di persone traghettate via shuttle da uno all’altro dei 10 edifici che ospitano la fiera. Io ho scelto la prima via. Avevo pochissimo tempo, e il primo giorno mi è servito più che altro per ambientarmi in uno spazio che a prima vista sembra infinito. Il secondo giorno ero già perfettamente a mio agio, felice di constatare come nell’era del web 2.0, quando la connessione digitale sembra avere il sopravvento, il libro in tutte le sue forme muove ancora interessi economici (e quindi sociali) enormi. Evviva Facebook , Linkedin, Twitter, ma i protagonisti dello scenario culturale mondiale hanno ancora bisogno di vedersi e parlarsi davvero, forse più di prima.

La Buchmesse è difficile da descrivere. Oltre alla Finlandia che è la protagonista di questa edizione, molto spazio è dato alle culture straniere: enorme lo stand della Cina, con una netta impostazione di regime, più piccolo ma molto elegante quello del Giappone, abbastanza misero e chiuso quello italiano. In ogni paese è molto sviluppata la parte dedicata all’infanzia.

Ci sono poi divisioni tematiche: ricchissima le sezione turistica, affollatissima quella erotica. Ho conosciuto molti piccoli editori, sono i migliori, quelli che credono davvero in ciò che producono, quelli che si innamorano delle idee. Uno per tutti, Mr. Hannes Wanderer editore di meravigliosi libri fotografici, mi ha detto: “Ho deciso di pubblicare solo i lavori che mi fanno piangere”, e ho pensato che raramente ho incontrato esseri umani più affini al mio modo di lavorare.

 

FRANCOFORTE - BUCKEMESSE 2014 © ARMANDO ROTOLETTI
FRANCOFORTE – BUCKEMESSE 2014 © ARMANDO ROTOLETTI

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Il mondo dei meno veloci

I nuovi progetti arrivano spesso per caso, e quando realizzo una nuova idea mi piace tornare indietro a rintracciare la sua origine primigenia, l’incontro, lo squillo del telefono, l’articolo letto, o meglio ancora il momento in cui ho deciso di scendere all’edicola e comprarmi proprio quel giornale. Prima il progetto non c’era, e poi c’è: da quel momento tutto è diverso, anche se nulla cambia davvero, le azioni cominciano a colorarsi, dapprima in modo appena percettibile, poi tutto della mia giornata assume quel colore lì, man mano che il progetto acquista consistenza e prende vita, fino far sparire tutti gli altri colori.

Ho un nuovo progetto, l’avrete capito!!

Posso solo raccontarvi la scintilla.

Milano, la scorsa primavera. Presentavo il mio libro “Gente di Barbaresco” nello spazio Land dell’Architetto Kipar . Una giovane fotografa, Caterina Todeschini, mai vista prima, compra il libro, si complimenta e si interessa al mio lavoro. La telefonata è arrivata l’anno dopo.

Posso dire anche un’altra cosa.

Domenica ho passato la giornata a Murazzano. Splendida cittadina dell’Alta Langa, piena di belle sorprese. Sicuramente ci tornerò spesso.

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Ma che sorpresa!

Un altro autunno, un’altra vendemmia. Non so resistere e domenica colgo il pretesto della promozione Unesco per scorrazzare tra le vigne di Langa con la macchina fotografica. Adoro questo paesaggio, per qualche motivo che ancora non mi è chiaro, mi piace quasi come il mare: i filari in salita, le nuvole di moschini sull’uva appena raccolta, le coppie di raccoglitori che spostano la cesta da un palo all’altro dopo aver svuotato dell’uva tratti di filare, il cielo color del fumo, la rugiada che bagna le scarpe, l’odore del mosto che sale già alle narici, le giacche appese ai pali man mano che aumenta la temperatura del giorno. Quando arrivo a Novello, dove non ero mai stato, fotografo delle istallazioni costruite con gabbie di fil di ferro riempite di paglia, splendidamente somiglianti a donne e uomini che lavorano la vigna: sono famiglie con tanto di bambini, e colpiscono per come sono realistici nell’atteggiamento, nel gesto, nell’abbigliamento curatissimo. Si trovano un po’ dappertutto nel centro del paese, sbucano con la bicicletta al fondo di un vicolo, o sotto il vecchio peso sopra un carro rimorchio trainato da un bue gigantesco.

Da Monforte chiedo al navigatore di guidarmi verso Diano d’Alba. Quasi subito mi fa girare a destra in una piccola strada che scende e si srotola sulla costa delle colline in un dolce sali-scendi, perfetto per un giro in bici. Sospetto che ci siano strade più comode di questa, ma mi lascio guidare fiutando la sorpresa che verrà. Ed è proprio su questa stradicciola tra le vigne, in Frazione San Sebastiano, che faccio l’incontro più fecondo della giornata: due fratelli con rispettivi figli adolescenti che riempiono la botte sul rimorchio del trattore con l’aiuto di un piccolo montacarichi. Mi fermo, li metto in posa, li faccio scendere, risalire, spostare. Loro stanno al gioco e mangiano la foglia: “In quale televisione passeremo?”. Nessuna televisione, rispondo. Poi li vedo un po’ delusi e rivelo collaboro con il Corriere della Sera. L’attenzione e la disponibilità risalgono di colpo. “E le mogli dove sono?” chiedo. “Eccole!” rispondono. Dalla cascina alle spalle della vigna arriva un gruppo di giovani donne chiaramente straniere, e inequivocabilmente orientali. Potrebbero essere lavoranti a contratto, ma no, sono proprio le mogli, e sono filippine. Osservo meglio i ragazzi e noto senza ombra di dubbio la forte componente orientale nella loro fisionomia.

Dal fondo della strada arriva un altro gruppo di donne, filippine anche loro, cognate e cugine dei due agricoltori langaroli. Vengo così a scoprire che esiste una foltissima comunità filippina in territorio cuneese, che ammonta a circa 2.000 unità, tutti integrati e intrecciati da vincoli famigliari con i piemontesi. Il gruppo variopinto ed eterogeneo che sale sul rimorchio per continuare la vendemmia lontano da me sembra in perfetta armonia, l’allegria e l’affiatamento sono fuori discussione. Una delle filippine sembra molto più giovane del marito, e invece ha la sua età. “Come possiamo avere queste foto? Me le spedisce via Facebook , o Whatsapp, o sms?” chiede con competenza tecnologica fuori dal comune, e comunque inattesa in questo contesto. Bravi cuneesi, sempre un po’ più avanti!

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Unirsi. Per fare, e divertirsi!

“Buongiorno signor Rotoletti, mi scusi per l’ora (7,45). La chiamo dalla provincia di Bologna, vorrei comprare una copia del suo libro, “Scicli città felice”. Questa telefonata mi ha dato la sveglia lo scorso sabato, giorno di uscita del servizi su Io Donna (lo vedete qui sotto), e anche lo stimolo per fare qualche considerazione finale.

Alla luce del successo che il libro sta avendo (copie quasi esaurite, in vista una seconda edizione ) e del ritorno mediatico formidabile per la stessa Scicli, mi viene da pensare che nel nostro paese ci siano tante, tantissime realtà come questa, che avrebbero bisogno di essere raccontate e valorizzate, a tutto vantaggio dei territori, la cui bellezza e varietà sono la possibile ricchezza futura del nostro paese. È vero, produrre libri in questa fase economica risulta estremamente faticoso, ma se si uniscono le risorse si può fare.

Dopo l’esperienza di “Gente di Barbaresco”, questo è il secondo libro che produco coinvolgendo le realtà locali. La fiducia e il sostegno che mi accordano dopo che mi vedono lavorare sul campo con amore e serietà, sono la mia grande vittoria personale. Il mio obiettivo è anche il loro: promuovere i valori dell’inclusività e della comunità, l’unico modo, secondo me, per poter far fruire della bellezza più persone possibili.

Sono appena rientrato a Milano, concentrato su alcuni ritratti di personaggi che mi hanno appena commissionato, ma prestissimo rimetterò piede nei territori Siciliani, sulle pendici viticole dell’Etna, per realizzare il mio prossimo libro. A presto.

IO donna COVER IO ASSAPORO
IO donna COVER IO ASSAPORO
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GENE, BUONO COME IL PANE

In questi giorni che Gene Gnocchi pare essere diventato il bersaglio preferito di tanti opportunisti (per non dire altro) mi piace ricordare, e farvi sapere, del suo essere vero signore con le persone che lavorano. E’ l’unico “personaggio” che – fotografato più volte – ogni volta , a fine riprese (a casa sua o al Teatro di Fidenza) mi ha sempre detto: Armando, ho prenotato (e pagato) un tavolo al ristorante per te e il tuo assistente. Sarà che da giovane ho patito la fame, non posso non ricordarmene ……. Della sua comicità (molto originale e per me godibile ) non discuto ma della sua umanità Sì. Buon pane a tutti!

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Magia è anche presentare un libro dentro la sua “copertina”

Magia è anche presentare un libro dentro la sua “copertina”. Accade raramente, è accaduto martedì sera a Scicli, sul sagrato della Chiesa della Consolazione dove un pubblico attento e numeroso (molte persone sono arrivate da fuori) ha ascoltato le parole dei relatori che insieme a me raccontavano “Scicli città felice” (“Scicli city of Joy”) analizzando soprattutto il senso di quel titolo evocativo e augurale. Il colto e brillante eloquio di Pietrangelo Buttafuoco, nel ruolo di moderatore, ha stimolato me stesso e  due dei curatori del testo, Sandro Franchini e Paolo Nifosì, il giornalista Carlo Ottaviano, a spiegare il senso di felicità che comunica Scicli, pur con la consapevolezza che anche questo centro della Sicilia sudorientale come altri vive le sua contraddizioni. Ma, se Elio Vittorini molti anni or sono celebrava poeticamente Scicli come “la più bella città del mondo”, se nel tempo Scicli non ha perso il suo fascino, occorre ad ogni costo “conservarlo”. Come ha auspicato in chiusura di serata Marisa Fumagalli coautrice dei testi e curatrice del coordinamento editoriale.

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“SCICLI, CITTÀ FELICE” Il mio nuovo libro, lo presenterò giovedi 19 agosto a Scicli

Dopo quasi tre anni di lavoro al mio libro SCICLI, CITTA FELICE, tra pochi giorni, il 19agosto alle 20.30 sul sagrato della Chiesa della Consolazione, lo presenterò e ne discuterò insieme a Pietrangelo Buttafuoco, Carlo Ottaviano, lo storico Paolo Nifosì e altri amici “nuovi-sciclitani”, autori dei testi. Questa è stata la mia prima esperienza di ritratto di un paese, un paese per giunta così ricco di storia….e di bellezze architettoniche e naturali. Riflettendo su una domanda fattami recentemente da un’amica, Francesca Forni,  che mi chiedeva di fare un parallelo tra il mio lavoro di ritrattista di personaggi e quello di paesaggista, trovo che vi siano tanti punti di contatto ma quello più importante è l’incontro. Siano ritratti di persone o di paesaggi l’elemento essenziale è la qualità dell’incontro che si ha con le persone. Quella che ti permette di conoscere una realtà, individuale o collettiva, prima di fotografarla. A Scicli è stato un susseguirsi di incontri ….di grande umanità. Al punto che anch’io mi sento un “nuovo sciclitano”. Questa, per me, è stata anche una piccola sfida dal punto di vista organizzativo e produttivo. Coinvolgere il paese e buona parte delle sue forze produttive, dai ristoratori ….ai neo-sciclitani agli imprenditori che con piccole quote hanno consentito il sostenimento delle spese di produzione e stampa, rappresenta anche un modello di produzione possibile in una fase economica di grande difficoltà come questa. Chiaramente, non tutto è così felice a Scicli, il mio titolo vuole essere di buon auspicio per una realtà già così ricca di suo che avrebbe bisogno soltanto di essere meglio amministrata. Se possibile, con una maggiore partecipazione e consapevolezza dei suoi abitanti. Ringrazio tutto il paese e tutti gli gli amici che mi hanno sostenuto in questa bellissima avventura. Un grazie particolare a Dora e Bartolo Bonvento, che mi hanno quasi adottato, dandomi ospitalità ed anche… sfamandomi. La mia prossima ”avventura” è già iniziata, sto lavorando ad un progetto intorno all’Etna, presto ve ne parlerò più diffusamente. Un buon ferragosto.

Qui sotto la recensione di Marisa Fumagalli, pubblicata oggi sul Corriere della Sera a pag. 30
Recensio di marisa Fumagalli sul Corriere della Sera

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