La bruttezza non ci salverà

Sabato mattina 25 ottobre, lo ricorderò come uno dei giorni più grigi della mia vita, a cominciare dal colore del cielo, dei prati, della spianata brulla che circonda il carcere di Alba, nella mattina in cui ho presentato il mio libro “VALELAPENA”. A pensarci adesso, mi sembrano stonate le battute scherzose, le risate, la leggerezza che tutti (operatori, giornalisti, fotografi, addetti al lavori), cercavamo di mettere in scena a dispetto del rumore di vuoto che riempiva tutti i nostri sensi. Devo ammettere che l’esperienza è stata unica: eravamo dentro il carcere, con i detenuti alle spalle. Il posto è brutto, freddo, monocolore (grigio). Nessuna concessione alla bellezza, in nessuna forma. Pur di non rinunciare allo squallore, sono inospitali anche i locali del personale, i loro bagni, la mensa. Dal cortile si intravedono le finestre con la doppia rete come robuste gabbie di polli. Dentro le celle, appoggiati sui davanzali, i fornelli i da campeggio sono l’unica nota colorata che mi ricordo di aver visto. Si, perché il refettorio è ad uso esclusivo del personale. I reclusi ricevono una razione base di latte, pane e pasta, che si cucinano in cella insieme a quello che arriva dai familiari, se arriva. Tra membri della direzione, ausiliari e secondini, il personale ammonta a circa 150 elementi che controllano circa 150 detenuti. E’ come se ogni recluso avesse un guardiano personale che lo fissa da quando arriva a quando parte, dopo un periodo variabile in mesi e anni, e subito il suo posto fosse occupato da un altro prigioniero. Solo 15 detenuti, per motivi di buona condotta, o di pena minore, sono ammessi al progetto della vigna del mio libro. In coda ai discorsi del vice-ministro, del responsabile della sicurezza, degli assistenti sociali, il microfono è stato offerto a uno dei detenuti. Tutti ci siamo commossi mentre con voce un po’ affannata ci raccontava come toccare la terra, crescere delle piante e raccoglierne i frutti sia un fatto che insegna la responsabilità sociale molto più che un mestiere in sé. Ma nei suoi occhi ho letto questa domanda: “Perché qui dentro tutto deve essere così brutto?”. Me lo chiedo anch’io. valelapenablog)E mi chiedo anche: qual è la finalità ultima dell’istituzione carceraria? Punire e scoraggiare i delitti o redimere? Per quel poco che ho visto mi pare che né uno né l’altro di questi obiettivi sia raggiunto. Ben pochi di noi hanno una minima idea di cosa ci aspetterebbe se meritassimo il carcere per qualche motivo, quindi non penso che funzioni in qualche modo da detrattore. L’azione di redenzione è ancora più vaga: come possiamo aspettarci che una persona che ha dimostrato di non amare i suoi simili tanto da danneggiarli, magari ripetutamente, si riscatti, decida di diventare migliore e maturi un atteggiamento positivo verso la società, se lo chiudiamo in un posto orrendo dove vivrà di solitudine e isolamento. Non ci sono colori nel carcere che ho visto: è una condizione prescritta e necessaria? “La bellezza salverà il mondo”, faceva dire Dostoevskij al principe Miskin. Mi piacerebbe pensare che sia vero, intanto una cosa è certa: la bruttezza non ci salverà.

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