DUBAI, IL PAESE IN BIANCO E NERO

La prima cosa che colpisce già in aeroporto, se sbarcate in uno qualsiasi degli Emirati o in Qatar, è l’abbigliamento: così diverso dal nostro, eppure così elegante e aristocratico. Vedrete una moltitudine di uomini che indossano abiti come lunghe camicie da notte eppure sono serissimi e indaffarati, e altrettante donne addette alle operazioni di controllo, vestite con un lungo tonaca nera come le nostre suore, ma stranamente avvenenti e molto truccate. Il colpo d’occhio è sconcertante, ve lo assicuro, soprattutto perché la non conoscenza crea uno stato di confusione mentale che strania. Subito ci facciamo mille domande e non abbiamo neanche una risposta: allora le donne lavorano? Si possono truccare? Il marito le lascia libere di avere rapporti con altri uomini, anche se di lavoro? Saranno felici, frustrate, madri? Come sono vestite sotto questo abito nero? Quanto contano nella società? Se gli emiratini sono così ricchi, perché lavorano? Dato che ormai ho la risposta a molte di queste domande, le posso condividere con voi.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Gli emiratini, cioè gli abitanti indigeni degli Emirati, rappresentano una piccola percentuale della popolazione totale, che a Dubai si attesta attorno al 10%. Tutti gli altri sono immigrati che arrivano in massima parte dall’Asia e soprattutto dall’India, oltre agli africani del Magreb, e agli americani. Gli europei sono pochi e gli italiani pochissimi. Ne risulta un’umanità varia ed eterogenea, ricca di tradizioni, culture, religioni, usi e costumi tra i più disparati, tutti assolutamente rispettati. E’ quindi un esiguo 10% di persone che decide, gestisce, controlla, amministra circa 2 milioni di lavoratori. Lo fa in modo lucido e rigoroso, non lasciando niente al caso, eppure con un codice giuridico di poche pagine. Stiamo parlando di un mondo nuovo, dove solo pochi decenni fa si viveva nomadi nel deserto ad allevare cammelli e capre, oppure sulla costa a commerciare perle. La nuova e sbalorditiva ricchezza, quella del petrolio, è stata accolta da uno sceicco lungimirante che ha deciso di investire buona parte delle ricchezze in istruzione, stabilendo che lo sviluppo di un popolo passa attraverso la formazione culturale delle donne. Lo so, siete tentati di non credermi, ma vi assicuro che le donne occupano posizioni di prestigio molto più che in occidente, senza bisogno delle quote rosa.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Va detto che le madri si possono permettere tutte le baby-sitter che servono, l’orario di lavoro degli emiratini (uomini e donne) è leggero, perchè dispongono di un bacino immenso di collaboratori a cui possono delegare ogni tipo di incombenza. La loro ricchezza è variabile, e dipende dalla terra posseduta dalla famiglia, se il sottosuolo custodiva petrolio (adesso è comunque finito), o se è stata venduta per il nuovo prorompente sviluppo edilizio. In ogni caso tutti ricevono un piccolo vitalizio alla nascita e possono prendere la vita con calma. Si sono affacciati alla modernità da pochissimo tempo, e quindi sono ancora molto legati alle tradizioni familiari e sociali. La famiglia è l’istituzione più importante e comprende, oltre al nucleo essenziale, nonni, zii, cugini e anche parenti più lontani. I legami sono forti e viene tributato grande rispetto ai più anziani. Nonostante vengano tenute in gran conto le opinioni dei genitori, gli sposi si scelgono liberamente e si fidanzano e sposano giovanissimi anche perché il sesso prematrimoniale non è contemplato, né per gli uomini né per le donne.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Gli amori extra-coniugali sono ritenuti stupidi e non funzionali né alla serenità della coppia né all’educazione della prole, quindi saggiamente evitati. Del resto, osservando le famigliole di emiratini passeggiare nei parchi o nei centri commerciali, non mi è mai venuto da pensare che uno dei due coniugi fosse oppresso dall’altro: di solito procedono affiancati, lui spinge un passeggino con il figlio più piccolo e gli altri sono per mano alla mamma; lui rigorosamente tutto bianco, lei rigorosamente tutta nera. L’abito maschile è una lunga tunica che sembra inamidata (la Kandoura) e in alto si apre come una camicia con il collo alla coreana, sempre completamente abbottonato. Il capo è coperto dalla kefiah, un foulard che può essere bianco o a scacchi rossi o grigi, trattenuto da un doppio cordone che incorona il capo, l’igal. Al tempo del nomadismo l’igal serviva a imbrigliare le zampe anteriori dei cammelli, non essendoci nel deserto strutture a cui legarli. I piedi nudi sono calzati in ciabatte di cuoio praticamente di un modello unico, diversi solo nel colore (bianchi, neri o marroni). Gli abiti maschili sono candidi fino alla sera, tanto che pensavamo fossero fatti con un materiale refrattario alle macchie, finchè non abbiamo scoperto che gli uomini se li cambiano diverse volte al giorno. Le donne sono nere e velate, e questo, lo so, crea indignazione tra gli occidentali. Personalmente, da quando ho smesso di pensare che noi siamo perfetti e i popoli che non si sono convertiti ai nostri usi sono ancora molto indietro nella loro evoluzione, mi sono messa a guardare agli altri con una sincera curiosità, e ho trovato molte cose che mi piacerebbe copiare. Per esempio l’abaja, questa morbida tunica nera lunga fino ai piedi, costruita con una stoffa che cade dritta senza fermarsi sulle forme e non segna fianchi, non stringe seni, non evidenzia sederoni, non sottolinea la cellulite sulle cosce, non sbandiera ventri prominenti, me la comprerei tanto volentieri e tutte le volte ci faccio un pensiero. Poi penso che qui in Italia sembrerei un pesce fuor d’acqua e rimando, ma il giorno che dovessi vivere a Dubai sarà il mio primo acquisto.

Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti
Dubai 2014 © ph. Armando Rotoletti

Le emiratine la portano sopra tacchi altissimi e sembrano fluttuare senza toccare terra, diresti che sono tutte alte e snelle, aiutate anche da una consistente massa di capelli che accrocchiano alti sul capo dove appoggiano un lungo foulard nero, prima di farlo volteggiare superbamente attorno al collo. Lo sguardo è fiero, gli occhi neri, grandi, con ciglia lunghissime, truccati di kajal e ombretto blu, la bocca discretamente segnata, un colorito naturale da farci invidia, unghie lunghe e appena laccate. Se ne vedono molte vestite come noi, spesso lo fanno, oppure si coprono anche il viso con una specie di fazzoletto nero, il niqab, che legano stretto dietro la nuca. La stessa ragazza può scegliere di adottare diverse versioni di abbigliamento (abaja, niqab, abito occidentale), a seconda del momento. La copertura totale va molto di moda, ha a che fare con un gioco sottile e malizioso che loro praticano con una maestria al cui confronto noi siamo bambocci pasticcioni. Del resto i negozi di lingerie sono pieni di indumenti estremi, che noi vediamo solo nei sexy shop in una versione volgarotta. Sotto l’abaja come sono? Questi sono fatti loro, nel senso che possono essere nude, griffate o in pigiama. E questa, signore, mi sembra una impagabile libertà.

Maria Teresa Bucco

www.cascinapapamora.it

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