Il paradiso? Esiste, si chiama Dubai.

Sono Maria Teresa, la compagna campagnola di Armando. Questa settimana usurpo il suo blog per raccontarvi di un Paese che mi sta a cuore. Sono andata negli Emirati per la prima volta nel 2006. L’occasione era istituzionale: ho dovuto cucinare all’Emirates Palace, l’imponente hotel 7 stelle costruito dall’emiro di Abu Dhabi con la triplice funzione di residenza personale, luogo di rappresentanza per la politica internazionale e hotel aperto a chi se lo poteva permettere. Qualche giorno dopo mi aspettava lo stesso lavoro al Jumeira Hilton di Dubai. In una settimana così piena non mi restava molto tempo per fare la turista. Per di più Dubai era una immenso cantiere in attività giorno e notte, le luci non si spegnevano mai sul lavoro degli operai, e il numero delle gru superava all’epoca quelle operative in tutti gli Stati Uniti. Eppure la città ha esercitato su di me un fascino irresistibile, e dopo quasi 10 anni sento ancora il suo canto di sirena.

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

Perché? mi chiedono quasi tutti. Come fa a piacerti una città finta, senza storia, senza verde, dove regna una dittatura, dove le donne sono velate, dove sono tutti musulmani, dove l’estate è più che torrida. Quasi tutti quelli che non ci sono mai stati hanno un solido motivo per screditare tutto il pacchetto e chiudere la questione in quattro parole: A ME NON INTERESSA. Al contrario, tutti quelli che si sono lasciati condurre alla scoperta, hanno sgranato gli occhi e la mente con la dovuta cautela prima, e con pieno abbandono subito dopo. Bastano pochi giorni per far crollare tutti i pregiudizi e innamorarsi; poi si cerca il modo di tornare, e si controlla il prezzo dei voli tutte le settimane. Abituati come siamo a fare i conti con la nostra decadenza, con il vecchiume che non abbiamo i soldi per riparare, con la sporcizia che nessuno pulisce, la burocrazia che si contorce su se stessa e ci avvilisce continuamente, il sistema politico che non riesce a risolvere nulla ma che assorbe ogni energia solo per continuare a esistere, sbarcare in una città piena di luce dove tutto funziona a meraviglia quasi tramortisce di stupore. A Dubai sono tante le cose che colpiscono. Poi ci si abitua alle Ferrari e alle Bugatti parcheggiate in ogni dove, ai ristoranti di lusso che costano come le pizzerie italiane, allo scintillio del nuovo (niente ha più di 50 anni), alle autostrade a otto corsie per senso di marcia che corrono nel deserto, alle donne completamente velate che vanno a braccetto con quelle in minigonna, alla velocità degli ascensori che salgono al settantesimo piano in un baleno, ai luoghi dove gli uomini non sono ammessi (le donne possono andare ovunque), al prezzo irrisorio della benzina.

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

Ma c’è una cosa che mi stupisce ancora: a qualunque richiesta, la risposta è “no problem”, e subito arriva anche una soluzione. Tutti sembrano felici e disponibili: il valletto che ci accoglieva nel parcheggio dell’albergo e correndo allegramente davanti alla nostra auto come un uccellino ci accompagnava al posto auto più vicino, era orgoglioso di rendere un servizio. E’ una cosa a cui non siamo più abituati, quasi ci sentivamo in colpa; abbiamo faticato a capire che lui faceva semplicemente il suo lavoro, e lo faceva con gioia, per umile che a noi potesse sembrare. A Dubai non esiste lo sfaccendato, il senzatetto, il disoccupato. In altre parole non esiste il povero. A Dubai non esiste il fisco. Le aziende pagano al governo una quota annuale che è quasi uguale per tutti, e più che altro dipende dalla location. A Dubai non esiste il servizio sanitario nazionale. Le aziende hanno l’obbligo di occuparsi in prima persona della salute dei propri dipendenti, oltre a fornire loro alloggio, trasporti, scuola per i figli. Sarebbe un modello da copiare, ma il nostro vecchio Occidente è troppo pieno di sé per guardare con ammirazione ad altri popoli, e meno che mai se sono arabi. “E’ facile quando ci sono i soldi”, sento dire spesso, ma non è così. Un sacco di esempi raccontano di paesi ricchissimi di materie prime, dove la popolazione versa in condizioni disperate e una esigua élite vive in un lusso difficile da immaginare. Non è certo il caso degli Emirati, dove un’economia operosa e fiorente spalma benessere su tutti i ceti sociali, e nonostante ciò il costo del lavoro è tale per cui sono in quattro a svolgere un lavoro che qui faremmo fare a una persona sola, con l’evidente conseguenza che nessuno si agita, nessuno ha fretta, nessuno è imbronciato e lo stress deve essere ancora inventato.

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

Le donne velate? Ve le racconto la prossima volta, se vi va.
Maria Teresa Bucco www.cascinapapamora.it

dubai 2014 © armando rotoletti
dubai 2014 © armando rotoletti

3 Risposte a “Il paradiso? Esiste, si chiama Dubai.”

  1. Valeria

    Nella descrizione vivida ed entusiastica di Dubai si sente una notevole passione politica, o per meglio dire: si sente una tale disillusione politica, che la speranza di miglioramento delle condizioni di vita risiede nell’ andare via dall’Italia, in un paradiso lontano.
    Molto paradiso. Molto lontano.
    .
    Riempiti gli occhi, il cuore e la mente di persone intelligenti, iniziative produttive e benessere per tutti. Assorbi nuovi modelli produttivi, nuovi concetti di uguaglianza, rispetto e umanesimo. ..
    e poi torna a casa e insegna tutto questo a chi ti sta vicino. I cambiamenti globali iniziano dai cambiamenti locali. Rendi migliore questo Paese. Non andare via.

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  2. Tamara

    grazie del tuo racconto Maria Teresa, sono Tamara (Voster)…la questione femminile sì, mi interessa tantissimo, così come mi interessa quello che fai tu quando sei lì. Ci racconti ancora qualcosa?

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