Ma che sorpresa!

Un altro autunno, un’altra vendemmia. Non so resistere e domenica colgo il pretesto della promozione Unesco per scorrazzare tra le vigne di Langa con la macchina fotografica. Adoro questo paesaggio, per qualche motivo che ancora non mi è chiaro, mi piace quasi come il mare: i filari in salita, le nuvole di moschini sull’uva appena raccolta, le coppie di raccoglitori che spostano la cesta da un palo all’altro dopo aver svuotato dell’uva tratti di filare, il cielo color del fumo, la rugiada che bagna le scarpe, l’odore del mosto che sale già alle narici, le giacche appese ai pali man mano che aumenta la temperatura del giorno. Quando arrivo a Novello, dove non ero mai stato, fotografo delle istallazioni costruite con gabbie di fil di ferro riempite di paglia, splendidamente somiglianti a donne e uomini che lavorano la vigna: sono famiglie con tanto di bambini, e colpiscono per come sono realistici nell’atteggiamento, nel gesto, nell’abbigliamento curatissimo. Si trovano un po’ dappertutto nel centro del paese, sbucano con la bicicletta al fondo di un vicolo, o sotto il vecchio peso sopra un carro rimorchio trainato da un bue gigantesco.

Da Monforte chiedo al navigatore di guidarmi verso Diano d’Alba. Quasi subito mi fa girare a destra in una piccola strada che scende e si srotola sulla costa delle colline in un dolce sali-scendi, perfetto per un giro in bici. Sospetto che ci siano strade più comode di questa, ma mi lascio guidare fiutando la sorpresa che verrà. Ed è proprio su questa stradicciola tra le vigne, in Frazione San Sebastiano, che faccio l’incontro più fecondo della giornata: due fratelli con rispettivi figli adolescenti che riempiono la botte sul rimorchio del trattore con l’aiuto di un piccolo montacarichi. Mi fermo, li metto in posa, li faccio scendere, risalire, spostare. Loro stanno al gioco e mangiano la foglia: “In quale televisione passeremo?”. Nessuna televisione, rispondo. Poi li vedo un po’ delusi e rivelo collaboro con il Corriere della Sera. L’attenzione e la disponibilità risalgono di colpo. “E le mogli dove sono?” chiedo. “Eccole!” rispondono. Dalla cascina alle spalle della vigna arriva un gruppo di giovani donne chiaramente straniere, e inequivocabilmente orientali. Potrebbero essere lavoranti a contratto, ma no, sono proprio le mogli, e sono filippine. Osservo meglio i ragazzi e noto senza ombra di dubbio la forte componente orientale nella loro fisionomia.

Dal fondo della strada arriva un altro gruppo di donne, filippine anche loro, cognate e cugine dei due agricoltori langaroli. Vengo così a scoprire che esiste una foltissima comunità filippina in territorio cuneese, che ammonta a circa 2.000 unità, tutti integrati e intrecciati da vincoli famigliari con i piemontesi. Il gruppo variopinto ed eterogeneo che sale sul rimorchio per continuare la vendemmia lontano da me sembra in perfetta armonia, l’allegria e l’affiatamento sono fuori discussione. Una delle filippine sembra molto più giovane del marito, e invece ha la sua età. “Come possiamo avere queste foto? Me le spedisce via Facebook , o Whatsapp, o sms?” chiede con competenza tecnologica fuori dal comune, e comunque inattesa in questo contesto. Bravi cuneesi, sempre un po’ più avanti!

Rispondi